In queste pagine si raccolgono racconti di vita, testimonianze storiche, ricordi di luoghi, persone, cose e quant'altro ritenete divertente e giusto pubblicare.

Le Eline dal Chignaro - Testo di Germano Previtali
Puars fruts

Negli anni Cinquanta alla scuola media di Pontebba don Corrado Zucchiatti insegnava italiano, latino, storia, educazione civica e geografia ed era preside incaricato. Arrivava da Malborghetto, dove era parroco, e spesso entrava in classe in ritardo; noi, dalle finestre dell' aula, lo vedevamo parcheggiare la Topolino verde ed attraversare la strada con la tonaca svolazzante. Se era inverno portava scarponi grossi, sciarponi e giacca a vento nere. Quando entrava in classe sapeva di aria fredda e di caffelatte. Aveva occhi azzurro-minerale, rughe di espressione, sopracciglia folte, capelli sale e pepe e bocca sottile. Sorrideva, ma spesso il suo sorriso era ironico o sarcastico. Le mani e le dita erano grosse, popolari. In prima media insegnava dalla cattedra posta su un piedestallo e sembrava più alto; poi fece togliere i piedestalli e si vide che non era tanto grande. Spesso aveva mal di testa, da postumi di sbronze, ho pensato poi.
Possedeva un metodo di insegnamento: quando chiacchieravamo troppo ci minacciava di "cambiare metodo ". Quali furono le sue prime lezioni, ora mi domando. Omero? Iliade nella traduzione di Monti ? E' certo che ce la fece leggere tutta, ad eccezione del catalogo delle navi, con parafrasi di ogni verso: così per l 'Odissea tradotta da Pindemonte e per l' Eneide tradotta da Annibal Caro. Ci faceva studiare a memoria le poesie e le ricordo ancora bene .
Non gli piacevano tanto gli italiani, preferiva gli austriaci ed i tedeschi, perchè -diceva lui- avevano il senso dello stato . Era stato cappellano militare durante la II G.M. e poi prigioniero allo Spielberg.
Faceva lezioni di Educazione Civica, a modo suo, per farci diventare dei cittadini. Diceva che eravamo degli ignoranti civici.
Parlava preferibilmente in friulano, ma mai in classe e solo per prenderci in giro o farci ridere. Mi è sempre dispiaciuto non poter dire ai miei studenti "sturnel e sturnele ", come faceva don Zucchiatti quando dicevamo qualche stupidaggine. Sapeva che in casa mia con me si parlava italiano e quando nacque mio fratello, dopo aver sentito che chiamavo padre e madre bibbo e mimmi, mi domandava con tono ironico come stava il pippi.
In terza media ci insegnò che Garibaldi era stato un avventuriero, che il potere temporale della chiesa e Roma erano stati usurpati dai Savoia. Quando ripetei gli stessi concetti all' esame di terza media, il professore dell'altra classe si scandalizzò: "Ma chi ti ha insegnato queste cose?"
Discussero a lungo, anche sul voto da darmi in storia.
Don Zucchiatti non ci diceva, come facevano le suore dell' asilo di Chiusaforte, che sarebbero arrivati i comunisti dalla Jugoslavia, che avrebbero calpestato le ostie sotto i loro pesanti stivali, che avrebbero impiccato le suore ai lampadari. Il suo era un lavoro più fine.
Quando, per darmi delle arie, gli dissi che Dio era morto, solo perchè avevo letto questo titolo in un Nietzsche che nessuno in casa mia sapeva di avere, disse "Ach, Also sprach Zarathustra" e non aggiunse altro. Allora pensai che Dio poteva veramente essere morto
Gli piacevano le cose moderne; ci parlava di cinema, portava in classe giornali, facevamo lavori in gruppo, ricerche monografiche sui nostri paesi, sulla regione, sull' Europa e sul mondo.
Sembra che gli piacessero anche le austriache e non solo: in giro per i paesi si sussurrava delle sue scappate al di là del confine, in vesti civili. Non era un prete modello – così gli dissi una volta- lui rimase colpito e mi chiese chi fosse per me un prete modello. Non seppi rispondere...
Sempre nei paesi di lui dicevano a bassa voce "Dovrebbero lasciarli sposare". Qualche anno dopo andai a trovarlo a casa sua nel bosco di San Leopoldo, parlando dei seminaristi disse, con aria sconsolata "Puars fruts"
Seppi poi che era morto: non ho mai visto la sua tomba.

La prima volta oltre un confine

La prima volta che attraversai un confine fu a Tarvisio: era la primavera del 1959 ed io frequentavo la terza media a Pontebba. In classe eravamo pochi allievi, così ci accompagnarono tre padri che avevano la macchina e don Corrado Zucchiatti, il professore di lettere, che viaggiava con la Topolino verde. Andammo al castello dello Hochosterwitz, in Carinzia. Il professore stava spiegando la storia del castello, quando incontrammo l' arcivescovo di Bamberga, che intavolò con don Zucchiatti un dotto discorso in latino. Quindi don Zucchiatti passò al tedesco, che conosceva bene, anche perchè nella II G. M. era stato prigioniero dei tedeschi in una fortezza – prigione in Moravia (lo Spielberg?); spiegò all' arcivescovo che lui era il parroco di Malborghetto, paese che prendeva il nome da Bamberget, essendo stato nel Medioevo il villaggio un possedimento della citta' o dell' arcivescovato di Bamberga.
Possiedo ancora due fotografie di quella giornata ed in una è ripreso il professore con la tonaca svolazzante ed un braccio alzato sopra la cisterna del cortile, come per spiegare qualcosa .
Quando rientrammo in Italia, prima di attraversare il confine austro-italiano, io comperai tre belle banane grandi e mature, che nascosi sotto la gonna a pieghe, perchè avevo paura che le guardie del confine le confiscassero; a Chiusaforte infatti si potevano comperare solo le bananine acerbe e verdi che venivano dalla Somalia ed erano Monopolio di Stato.
Sono ritornata all' Hochosterwitz pochi anni fa: rispetto al mio ricordo è un altro posto, ma la spiegazione di quella storia è ancora presente nella mia mente.

Clelia e Rino

Sembra  straordinario che a Natale dell'anno 2009 siano ancora qui tutti e due (rispettivamente 89 e 92 anni ndr), che abbiano la testa tanto a posto da ricordare tutto di Sclûse e che continuino a parlarne, a ricordare, ad avere nostalgia . Fin da quando ci siamo trasferiti a Rapallo, ho sentito ripetere la frase "jo tornares tal gno paîs in genoglons!". Centinaia di volte! Adesso, la notte, quando non dormono, ricordano  i nomi di tutta la gente  di Sclûse: partono da Raccolana e incominciano a contare le vedove, che sono tutte più giovani di loro. Poi passano ai mariti delle vedove, ormai trapassati da anni e continuano con il "ti impensistu?" Si impensin di quando andavano alla messa di mezzanotte, celebrata da don Lenarduzzi... un freit... la predica  non finiva più... gli auguri e le strette di mano... poi all' Albergo Martina, dove il Siôr Rico aveva preparato le tripis. C'era il fogolâr, stavano al caldo sulla panca e la sala era scintillante, con le tovaglie bianche, i piatti e i bicchieri belli, i tovaglioli grandi, la trippa fumante, l'abete decorato con le sfere e candele rosse, il vin bruléè. E non dimenticano che una volta era arrivato dall' Austria un suonatore di zitara, che aveva suonato per ore: quelle sì che erano notti di Natale!

Tazze da tè !

Forse in casa Riccardi si possiedono ancora quelle tazze da tè giapponesi, che erano di color arancio fuori, bianche all'interno. L'esterno non era liscio: se si passavano sopra le dita, si sentivano le rugosità date dalla raffigurazioni - visi strani di samurai, alberi piccoli, rametti verdi, altre immagini che non ricordo più bene. La bellezza era guardare il fondo attraverso la luce: si vedeva come un timbro azzurrino e quello era il pregio. Le tazze erano fragili e venivano usate nelle feste di Natale. Allora, nel pomeriggio, veniva preparato un bel tè bollente e ben zuccherato, nel quale si metteva - anche per i bambini - un goccio di rum. Con il tè c'erano dolci, che sapevano di spezie e cannella, portati dalla favolosa Austria, fette di panettone con uvetta,  cioccolata ripiena di crema d'arancia o di frutti di bosco. Da allora ho sempre bevuto, per Natale, tè al rum e gustato cioccolata ripiena ... quando si parla dei ricordi d'infanzia! Buoni pomeriggi d'inverno.

Albero di Natale a Raccolana negli anni '30.

Le nône Luzie ed i suoi tre bambini ( Clelia- Mario e Giovanna ) passarono tutti i Natali degli anni Trenta a Raccolana senza il nonno Min Sac, che era emigrato in Libia e non poteva ritornare a casa. Nessuno di loro soffriva la fame, però i colaç dell´albero di Natale erano irresistibili.

Le nône Luzie appendeva allora il peç ad un chiodo del soffitto, per preservare i biscotti, le arance, i mandarini ed i tre cioccolatini (uno per bambino), che ornavano l´albero.

Quell´albero che dondolava sopra le teste dei fruts era però irresistibile e la sera di una antivigilia Mario scese piano le scale di casa, arrivò in cucina, salì sul tavolo e vide che all´albero ci arrivava bene. Uno sull´altro, mangiò tutti i biscotins ed i tre cioccolatini.

"Mostro maladèt - urlava le nône Luzie, quando vide l´albero vuoto - ven ca  che se ti bechi ti fâs nêri"  e lui, che era bravissimo a schivare i scufiots grazie ad un gran gioco di gomiti, diceva  "Cui, jo! Jo no sei stât jo! No sei stât jo! ". E le sorelle rimasero a bocca asciutta!

Ein kilo italienisce scheise

Le none Luzie, quando aveva otto anni, seguì in Ungheria le zie , che facevano da mangiare ai lavoratori stagionali friulani. Partivano ai primi di aprile  a piedi, camminavano per giorni e giorni in gruppo e alla fine arrivavano a destinazione: uomini, donne, bambini e bambine.
Le zie cucinavano all´aperto e preparavano grandi paioli di polenta; il lavoro della none Luzie era quello di andare a comperare allo spaccio farina, zucchero e caffè.
Il commesso dello spaccio, quando vedeva la bambina, le domandava " Wie viel kostet ein kilo italienische Scheise ?" L´uomo le faceva sempre la stessa domanda e lei, che non sapeva rispondere, piangeva.  Un giorno un vecchio la vide e le chiese perché piangeva. Lei  gli raccontò la cosa.  Allora lui le disse: " Quando ti chiede un´altra volta quanto costa un chilo di merda italiana, tu rispondi .- Ein Kapf taich *-  La bambina aspettò la solita domanda. Quando questa arrivò, non pianse, ma rispose vittoriosa ed a voce alta "Ein Kapf taich "
Da quella volta l´uomo non la domandò più niente.
Quando, nel novembre del 1956, da Scluse passarono dei  pullman che portavano in Italia gli ungheresi che erano riusciti a scappare dalla repressione sovietica di Budapest, le none Luzie si presentò in piazza, con lo scialle blu dalle frange ondeggianti e la borsetta al braccio e salutava gli ungheresi che passavano nella loro lingua. Diceva forte  "kivano- ala sorgaia "** e loro rispondevano e salutavano con la mano.
* - una testa di tedesco, detto in modo dialettale
** - mi sembra che queste parole in ungherese non esistano, ma lei le diceva così.

Gaetanino

Nel 1910 la santola Anna faceva la cuoca, presso un console svedese, che viveva in una gran villa a Nervi. Le none Luzie andò lì, a lavorare. Non faceva quasi niente e non passò molto tempo, che il console la chiamò e le disse che non aveva bisogno di un’altra cameriera, ma che lei avrebbe potuto rimanere in quella casa fino a quando non avesse trovato un buon lavoro.
Fu un periodo felice: il tempo era magnifico e il giardino era pieno di alberi da frutta. Le none Luzie non doveva lavorare, per la prima volta in vita sua: si arrampicava sugli alberi da frutta e mangiava albicocche e pesche.
Trovò lavoro presso una signora che aveva un appartamento grande, con il pavimento così incrostato, che le none impiegò molto tempo a strofinare e pulire, fino a quando emersero bellissimi disegni colorati. Doveva alzarsi la mattina prestissimo, spolverare i mobili intarsiati, pieni di riccioli e volute con una spazzolina, lucidare anche le suole delle scarpe, accudire perfino un cagnolino che aveva al collo un campanello.
Finalmente trovò un altro lavoro, sempre a Nervi, presso una famiglia proprietaria di un forno composta da madre, padre e un figlio, Gaetanino.
Passato un po’ di tempo, la madre chiamò le none Luzie e le chiese se voleva sposare Gaetanino. Ma perché avevano scelto proprio lei? Certo, era giovane, sana e gran lavoratrice.
Nella sala da pranzo della famiglia di Gaetanino era appeso un quadro con il ritratto di una bella giovane. Le none Luzie chiese chi fosse quella bella ragazza; le risposero che era loro figlia, sorella di Gaetanino, morta giovane di tisi.
Par l’amor di Dio, in t’une famee di tisics, no pa l’ostie!
Continuò però a lavorare in quella casa, dove le volevano bene, fino a quando le sciore la chiamò in camera, le fece vedere uno scrigno pieno di ori e le disse che quello scrigno sarebbe stato suo se avesse sposato non più Gaetanino, ma lo zio di Gaetanino, il fratello dale sciore .
Le none Luzie ringraziò, rispose di no, fece le valigie e ritornò a Sclûse.

… verfluchter Italienisch

Nel 1913 le due sorelle Luzie e Milie lavoraravano come operaie in una fabbrica di maglie sul lago di Costanza: nell’Impero austro-ungarico e germanico la circolazione dei lavoratori stagionali, degli emigranti, delle donne, dei bambini e della bambine era molto facile .
Appena arrivata, le Luzie fu messa a lavorare ad un telaio, che andava molto veloce: lei non aveva imparato a dirigere bene la macchina e tagliò tutte le maglie. Dovette restituire una settimana di attività gratis per riparare il malfatto.
Del lago di Costanza e della città le due ragazze non videro quasi nulla, perché, dopo il lavoro, erano chiuse in un convitto, tenuto da suore: potevano uscire solo la domenica pomeriggio e potevano andare solo in un parco vicino. Mangiavano bene, il lavoro non era faticoso – vustu meti lâ in mont cul gei – e stavano, nel tempo libero, assieme con le amiche. Erano canterine, cantavano vilotis e ridevano con le monache, che avevano più o meno la loro età. Una volta le due sorelle andarono di nascosto in un magazzino, dove su vari ripiani erano state messe a seccare per l’inverno le mele, per rubarne una spiarono prima da un buco, per essere sicure che non ci fosse nessuno e videro una suora che baciava un preidi. Scapparono, soffocando le risate.
Le Agne Milia non era bella, aveva patito troppo la fan ed il freit ed era cresciuta gobba. Le none Luzie invece era una bella ragazza, con i capelli castani intrecciati in strecis: un militare tedesco, con la punta sull’elmetto, con un anello con sigillo al dito mignolo e le cicatrici in faccia, incontrandola in un parco davanti al collegio, incominciò a farle la corte. Aveva intenzioni serie, voleva presentarla alla famiglia, non l’avrebbe presa in giro. Una volta le mandò in fabbrica un mazzo di rose rosse: lei distribuì i fiori a tutte le operaie e quando uscirono, avevano tutte una rosa rossa appuntata al petto. Lui ci rimase male, perché l’unica che non aveva la rosa era le none Luzie: ma lei non voleva entrare in una famiglia tedesca, in cui le avrebbero detto “ va’ via, verfluchter Italienisch “.
Alla fine del mese di luglio del 1914, le suore dicevano alle ragazze: “ Povere italiane, adesso che è scoppiata la guerra, vengono a prendervi e vi mettono nel Lager “. Allora la none Luzie decise di accettare l’appuntamento con il militare tedesco: gli fece sapere che l’avrebbe incontrato nel parco, in presenza della sorella. Lui andò a parlare con la superiora e le due ragazzo uscirono. Invece di uscire dalla porta principale, scapparono da una porticina secondaria, andarono in stazione, arrivarono a Pontafel in treno e poi a Sclûse a piedi, attraversando le montagne.

Masti Luigi… non tanto praticante!

Nel 1916 anche le due sorelle Luzie e Milie, come le altre donne della val Raccolana fecero le portatrici: con la gerla piena di cibo, pezzi di armamenti , vino e grappa salivano fino alle fortificazioni belliche delle Alpi Giulie e Carniche, sul Montasio e sul Canin; lì depositavano il loro carico. None Luzie conobbe così Masti Luigi, fante, fiorentino, scultore e socialista. “ Oh Luscia ! - le diceva- vieni qui che ti insegno a scrivere” – “ Oh Luscia! Io c’ho intenzioni serie, ma non chiedere informazioni su di me al prete del mio paese “.
Invece le zie della none Luzie, che era rimasta orfana di padre e madre da piccola, non volevano che lei parlasse con Masti Luigi. “ Al è talianoto – Ti tradisc e dopo ti plante – No sta fidâti “.
Attraverso il prete di Raccolanale le due vecchie decisero di chiedere informazioni al prete toscano, il quale rispose: “ La famiglia è onorata e anche possidente, il ragazzo non tanto praticante “.
“ Ti lu vevin dit non che no l’ere di praticâ”. Così la none Luzie non parlò più con Masti Luigi, che le scrisse per molto tempo; lei non rispose alle lettere e si sposò con il nono Min.

Nôno Miscjo

Nella primavera del 1930 il Miscjo, nonno di mio padre, andò a raccogliere dei raclisc, sulla salita dietro la casa di Casasola. Sopra la casa passava la ferrovia e lui attraversò i binari, per andare a cercare altra legna nel bosco. Aveva la roncola in mano e lo videro da lontano i militi , che gli intimarono l’alt. Lui si spaventò e scappò di corsa verso le Grave; i militi, giovani e forti, lo raggiunsero in breve, lo ammanettarono e lo portarono in caserma, nella camera di sicurezza, con le accuse di possedere un’arma non autorizzata, di avere opposto resistenza alle forze dell’ordine e di aver attraversato i binari della ferrovia, cosa proibita, ma che tutti facevano, altrimenti come facevano ad andare in montagna?
Rino, che era un ragazzino di tredici anni, per far compagnia al nono si sedette sul muretto davanti alle sbarre della finestrella della cella, mentre il Miscjo gli diceva: ” Ce fastu achi, và a cjase, no sta stâ achì”. Rino però rimase lì fino a sera.
Dopo due giorni di camera di sicurezza il vecchio venne rilasciato. La nonna Clorinda andò a prendere il vecchio padre e dovette lei pagare trenta lire di multa, visto che il vecchio era senza pensione ed era ancor più povero di loro.

L’uomo dei funerali

Rino si sforza ancora di partecipare ai funerali degli amici, dei conoscenti anche occasionali, dei parenti degli amici e dei parenti dei conoscenti anche occasionali. Si veste con giacca e cravatta, come se fosse domenica, compartecipa al rito ed al dolore e si aspetta una messa adeguata, una bella predica, una giusta atmosfera . Sarebbe un buon “accompagnatore da funerali”.
Quest’estate, sul Messaggero Veneto, nella pagina degli annunci, c’era un’offerta di lavoro che più o meno suonava così: “ Cercasi accompagnatore per funerali di bella presenza, età inferiore ai venticinque anni o superiore ai sessantacinque, disponibilità pomeridiana, buone motivazioni, euro 250 mensili!. Ottimo arrotondamento della pensione. Non dovrebbe però succedergli per poter mantenere l’attività lavorativa, di sbagliare funerale, come una volta avvenne. Seguì con tristezza la messa funebre, diede la mano alla vedova ed ai parenti tutti, scrisse il proprio nome sul libro dei partecipanti e solo alla fine si rese conto di non conoscere nessuno, di non essere conosciuto da nessuno e di avere, appunto, sbagliato funerale .
Un antecedente letterario triestino è quello della “ Coscienza di Zeno “di Italo Svevo, in cui Zeno Cosini crede di seguire il corteo funebre del cognato e segue invece il trasporto sbagliato.
Anch’io ho partecipato l’altro giorno ad un funerale- quello giusto- e sono stata disturbata dalle canzoncine cantate durante la messa: coretti, chitarrine e musica finto-pop.
Ben altro sono le Messe da Requiem ! Quando ero piccola ho cantato, nel coro della chiesa di Chiusaforte, le messe funebri e l’impressionante Dies Irae. La messa veniva cantata solo per i funerali di prima classe: a quei tempi infatti c’erano tre classi di funerali, come il biglietto del treno. Chi poteva pagare funerali di prima classe aveva diritto ad un alto catafalco barocco, circondato da fioccole, da drappi viola e da incensi, più messa cantata ed officiata da tre preti.
Mio nonno Min invece diceva “ e quando morirò, mettete la bara sul nudo pavimento e per fiori solo brenis, cioè rami di pino e rododendri “-
Il nôno Min era un socialista di vecchio stampo e le sue volontà vennero esaudite

Rori, cane di guerra

Nell' autunno e nell' inverno del 1943 passavano per la stazione di Chiusaforte treni merci, che trasportavano nei campi di concentramento al di là del confine i militari italiani, rastrellati dall’esercito tedesco dopo l' 8 settembre.
La gente di Chiusaforte stava sul marciapiede della stazione e raccoglieva i bigliettini lanciati dai soldati attraverso le fessure dei vagoni con su scritto nome e indirizzo; quei ragazzi speravano che qualche anima buona raccogliesse i pezzetti di carta e avvisasse casa che erano passati di lì, vivi. Il pavimento del marciapiede della stazione era bianco di carta.
Un giorno un soldato gettò dal vagone un cagnolino marrone. Clelia e Giovanna lo raccolsero e lo portarono a Raccolana. Il cane fu chiamato Rori ; era sensitivo e avvertiva per primo il rumore dei bombardieri. Prima che arrivassero gli aerei, Rori al bucave, al cainave e correva come un matto per tutte le case del borgo, ad avvisare del pericolo. Gli davano da mangiare quel poco che avanzava dai miseri pasti: torsoli, bucce di patate, poco altro.
Incominciò a digrignare i denti, a rivoltarsi, a muardi: così decisero di abbatterlo.
Fu chiamato un soldato tedesco: ne arrivò uno giovane, che abbattè Rori con un solo colpo, in fondo all’orto. Clelia e Giavanna piangevano; poi fecero una buca e seppellirono il cagnolino.
Finita la guerra, quando le none Luzie ritornò a vangare l’ orto, trovò gli ossicini di Rori, morto impazzito per cause di guerra.

Partisane, partisane !

Clelia e Rino si sposarono  il 28 agosto del 1942 e trascorsero  una  breve luna di miele a Venezia.
Di quelle nozze di guerra non rimane neppure una fotografia: in compenso Clelia ricorda il tailleur ed il cappellino indossati, mentre Rino, vestito da aviatore, sembrava Gregory Peck, dice lei.
Fecero il  viaggio  in treno con una coppia di sposi altrettanto novelli , che mangiavano vuinis, pescate  da una scatola di scarpe.
Trascorsi i giorni di permesso, Rino ripartì per Rodi a fare la sua guerra aerea; Clelia continuò la sua vita a Raccolana, nella casa dei genitori, che era diventata anche il comando della Wermacht.
La sorella piccola, Giovanute  ed il cane Rori, sentivano prima di tutta la gente il picchiatello, l `aereo inglese  che precedeva gli arei che bombardavano il ponte di ferro; la zia Giovanute e Rori  correvano come matti e poi aspettavano nel rifugio della fornace la fine del bombarbadamento.
Un  pomeriggio tutta la gente del borgo era ammassata nel buio del rifugio, quando arrivò una pattuglia tedesca: erano i soldati che stavano in paese e che tutti conoscevano. Piantarono le torce in faccia alla gente ed ispezionarono i visi fino a Clelia: si fermarono davanti a lei  "Und du ? Was machst du? " e Clelia "Vereiratet, ich bin vereiratet! "tentava di  spiegare" e faceva   vedere le vere:  infatti le donne sposate con figli non erano obbligate al lavoro della TODT, ma lei non aveva figli e loro furono  irremovibili "Arbeiten, morgen ,in Tarvis, bei TODT ". "Jo Jo" rispose allora Clelia.
La mattina seguente, prestissimo, era quasi notte, mise in uno zaino pochi generi di conforto, prese la strada della valle e scappò fino a Saletto, dove venne nascosta nella casa della Marie dal Tap e di suo marito Berto, dove c´erano anche il Mattia ed un bambino piccolo, il Vittorino, che si scumpisciave intor  tanto, che la madre gli metteva la sottana.
La gente del Cjanal, durante la guerra, tenne nascosti nelle proprie case e nutrì con il proprio cibo - polente e fa?ui -  molti abitanti di Raccolana e Chiusaforte e questo non deve essere dimenticato - dice Clelia.  Lei si ingegnava come poteva, per non essere di peso a quella famiglia: rivoltava vestiti e li ricuciva, tingeva vecchie coperte per farne cappotti  e così passavano i giorni di guerra. Qualche volta, a suo rischio e pericolo, lei andava a Raccolana a casa dei genitori, ritornava la sera a Saletto e sulla strada del rientro incontrava piccoli gruppi di partigiani, che scendevano a valle e le domandavano se aveva visto la pattuglia tedesca . 
Una volta vennero a Saletto a cercare uova dei militari tedeschi con un ufficiale : sembrava che non sapessero nulla della faccenda della TODT, ma sapevano che Clelia era Schneiderin. Lei negava -nein , nein, no Schneiderin- Allora l`ufficiale  prese uno stemma da attaccare sulla manica della giacca e le ordinò di cucire. Lei finse di non sapere neppure infilare il filo nella cruna dell´ago, poi faceva punti lunghi,  lo pungeva con l´ago e lui faceva ahi ahi . Una bella soddisfazione - le di? - faa cainaa un tod?ec! Da quel momento però Berto stava sul chi va là e quando arrivava la pattuglia tedesca, nascondeva Clelia sotto una botola dell´ingresso.
Nell´ autunno del 1944 Clelia stava camminando sulla strada della valle verso Raccolana con Mattia:  ai due lati della strada si era accampato l´esercito del mongoli .  Così la gente di quelle valli chiamava i cosacchi, ai quali Hitler aveva promesso una nuova terra nelle vallate carniche. Si tratta di una storia terribile, drammatica,  ma Clelia non ne sapeva ancora nulla: scendeva lungo la strada con Mattia e, visto che faceva già un po´ freddo, aveva addosso un tre-quarti  tinto di rosso e nero da una vecchia coperta.
Passava con il suo cappotto rosso/nero  nel mezzo della strada fra due ali di mongoli, stesi sul bordo della strada con i cavalli, le mantelle azzurre foderate di rosso, il basco sulle ventitré inclinato su un orecchio, mentre dall´altra parte i capelli  uscivano arricciati dalla permanente  - si facevano fare la permanente solo da una parte ! - Lei camminava e sentì uno  che sussurrava "partisane, partisane  " e anche dall´altra parte bisbigliavano  "partisane, partisane" e clic clic, caricavano il fucile  e adesso lei sentiva urlare  partisane partisane clic clic, non vedeva niente e sentiva solo partisane partisane clic clic e sentiva la voce di Mattia, che le diceva "cjamine plan, plan, no sta girati, plan, va plan  "   
Non spararono e lei arrivò a Raccolana sana e salva.

Cinque lire in tasca !

Ora che Rino non c’è più e riposa tranquillo lì dal Topic , ricordo qualche sua storia di quand’ era ragazzo .

Rino, il Berto del Lelo Marcon, Riccardo Naidon detto Cache e qualche altro ragazzo di Casasola nel pomeriggio dell‘ ultimo sabato del mese di settembre del 1936, salirono sul Zuc da Bôr, per trasportare sulla cima un’ apparecchiatura trigonometrica, formata da pali di legno ben squadrati.
I ragazzi si caricarono i pesi sulle spalle e fecero la prima salita come ciavrûi, lasciandosi dietro - ansanti e sbuffanti- l’ ufficiale ed i due genieri addetti al montaggio dell’ apparecchiatura.
Passarono la notte del sabato nel ricovero di Sot le Crete e fecero un bel fuoco. La mattina dopo arrivarono sulla cima, depositarono i pali, li sistemarono secondo le indicazioni dei genieri, che continuavano a sbuffare ed ansimare. Vennero quindi pagati con la somma strabiliante di 30 lire ciascuno.
Rino fece la discesa a precipizio , perché era domenica pomeriggio e voleva andare a Chiusaforte, dove si ballava . . Arrivò a Casasola dal nono Gusto e gli diede tutti i soldi: il nono tenne per la famiglia 25 lire e ne lasciò 5 al figlio .
Felice, Rino andò ballare con la Clelia e con 5 lire in tasca
!


Sul confine

La prima volta che attraversai un confine fu a Tarvisio: era la primavera del 1959 ed io frequentavo la terza media a Pontebba. In classe eravamo pochi allievi, così ci accompagnarono tre padri che avevano la macchina e don Corrado Zucchiatti, il professore di lettere, che viaggiava con la Topolino verde. Andammo al castello dello Hochosterwitz, in Carinzia. Il professore stava spiegando la storia del castello, quando incontrammo l' arcivescovo di Bamberga, che intavolò con don Zucchiatti un dotto discorso in latino. Quindi don Zucchiatti passò al tedesco, che conosceva bene, anche perchè nella II G. M. era stato prigioniero dei tedeschi in una fortezza – prigione in Moravia (lo Spielberg?); spiegò all' arcivescovo che lui era il parroco di Malborghetto, paese che prendeva il nome da Bamberget, essendo stato nel Medioevo il villaggio un possedimento della citta' o dell' arcivescovato di Bamberga.
Possiedo ancora due fotografie di quella giornata ed in una è ripreso il professore con la tonaca svolazzante ed un braccio alzato sopra la cisterna del cortile, come per spiegare qualcosa.
Quando rientrammo in Italia, prima di attraversare il confine austro-italiano, io comperai tre belle banane grandi e mature, che nascosi sotto la gonna a pieghe, perchè avevo paura che le guardie del confine le confiscassero; a Chiusaforte infatti si potevano comperare solo le bananine acerbe e verdi che venivano dalla Somalia ed erano Monopolio di Stato.
Sono ritornata all' Hochosterwitz pochi anni fa: rispetto al mio ricordo è un altro posto, ma la spiegazione di quella storia è ancora presente nella mia mente.

Flavia Paolini

Piçulis contis

Il Polio, malandât, alè lât dal miedi. Dopo vêlu visitât il miedi ai à dit: "Tra una settimana starete meglio". E il Polio ai à rispundût: "Tra una settimana sarò duro come un baccalà".

Il Cjalçòn lant a Sotmedòns alà viodût il Carlo Buaçe... chel ca là cambiât le raze! (Infatti il Carlo, un uomo alto, dai Plans si era trasferito a vivere a Cjucâli, dove gli abitanti erano tutti piccoli).

Il Nando Toli al veve un pâr di bregons plens di tacòns. Une dì l'Aldo Stupìn ai à dit: "Nando, se ti mangje il luof al cage peçots par une setimane".

Ai tempi pioneristici della discesa del Canin, i valligiani diventavano portatori d'alta montagna e, per qualche compenso, trasportavano a spalla gli sci dei "sjôrs" poi utilizzati per la discesa. Il Min Cudîl, esagerando grandemente ed indispettendo così i colleghi, era partito con ben otto paia. Esaurite le forze, sotto il Bila Pec ha incontrato il Tin çorcle che già aveva compiuto il suo trasporto e stava rientrando a Sella Nevea. Sapendo di non farcela da solo si è così rivolto al Tin: "Tin, ti pai lajù dapît se tu mi judìs". Ed il Tin gli ha così risposto: "Crepe sfaciadàt!" proseguendo la discesa.

Giuseppe Martina

Tal 1937

Il Mâs e il Pascoletti (guardiamassi tal Casel dal Miot) a son lâts sul çuc Barete per recurâ partz dai canons che ai jerìn restâts lassù dale Grande Vuere. Si tratave di un "149 prolungato". Cuant che ai vignivin in ju cul pesant caric si son pierdûts un moment di viste ed a un cert pont al è sucedût alc cause il peis. Il Mâs preocupât al a clamât il Pascoletti "ma nessuno a risponduto". Cussì al à contât il Mâs cuant ca le tornât dibessol a cjase.

Nel 1945

Poco prima del termine della Seconda Guerra Mondiale, il comando tedesco di Chiusaforte, che aveva trovato sede nelle case delle Cilîs a Casasola, Samoncini e Revelant (attuale affittacamere Cerbiatto) ai piedi di via Campolaro, portò tutti i documenti compromettenti nella Braide dal Checo e, presente un carroarmato, li incendiò. Marino, allora ragazzo, era riuscito a recuperare una cartella in pelle che poi però a perso.

Sempre nel 1945

Negli stessi concitati giorni della fuga dei nazisti dall'Italia, due chiusani attivi nell'attività di sabotaggio, con gli zaini carichi di esplosivo, approfittarono di un passaggio dato loro incredibilmente proprio da un vecchio miliziano tedesco con un mezzo militare che "sembrava una bara", per recarsi di fronte Cadramazzo e far saltare in aria un ponte della strada statale. Cosa che fecero nelle ore successive. Dopo l'esplosione i tedeschi si misero alla caccia dei responsabili come cani daccia. Fu una notte di paura per Chiusaforte.

Marino Della Mea