SACOUT

Questo itinerario ci porta a visitare la parte più occidentale del territorio comunale di Chiusaforte, alle falde del possente Monte Pisimoni. Attenzione però, perchè già a Rauni sconfiniamo, entrando in comune di Moggio Udinese. Comunque, se di questo cambio amministrativo-censuario nessuno se ne accorge, qualcosa di particolare a Roveredo subito emerge appena mettiamo piede in bosco. Ci sono le roverelle, in buona quantità, non una o due come in Pulize o a Costamolino. E son proprio a queste che si riferisce il nome della località. Lavorèit deriva infatti dal termine latino roboretum, ovvero “querceto”. Per onor del vero, l’itinerario prende il via e rientra a Nogaro (Nogaro - da “albero delle noci”), altrimenti chiamato Il Çuc, la prima borgata che incontriamo lungo la strada che da Punt di Perariegiunge a Moggio mantenendosi sulla destra Fella.Con il nome di Lavorèit o Il Borc, viene invece chiamato il secondo nucleo di abitazioni, quello più consistente, che si incontra poco oltre la forra del Riù da le Pale.

Parcheggiato il mezzo di trasporto nello spiazzo antistante la chiesa, spalle rivolte a Moggio, saliamo sulla sinistra lungo la strada cementata che attraverso La Braidùce porta al cimitero. La fontana all’ingresso del camposanto costituisce l’unica fonte di approvvigionamento d’acqua; lungo tutto il percorso non ne troveremo più! Alla destra del muro di cinta si imbocca il sentiero che attorniato da una boscaglia di carpini, ornielli, qualche pino e, per l’appunto roverelle, ci porta in breve, piegando verso Est, allo spiazzo prativo che attornia il ben ristrutturato Stâli dal Mùcjo. Si riprende a salire proprio alle spalle del fabbricato percorrendo prima un lungo tornante e quindi una ripida serpentina che ci immette sul sentiero che sale dal Borc, al quale il CAI ha assegnato il segnavie n.424. L’ascesa, ora più moderata, termina in prossimità del pianoro che ospita gli importanti resti degli Stavoli Rauni, luogo impreziosito da una cappelletta datata 1893 e ristrutturata dai volontari dell’ANAdi Moggio Udinese in tempi recenti per ricordare gli alpini caduti. Qui si “gira l’angolo” entrando a mezza costa nella profonda ed estesa valle scavata dal Riù Simòn, dominata sullo sfondo dai contrafforti rocciosi del gruppo del Zuc dal Bôr. Di fronte l’imponente mole del Belepeit Padovan, verso Sud-Est troneggiano Sart e Canin. Al termine di un rilassante attraversamento, nel punto in cui su di un grande masso sono state infisse alcune croci in ferro affiancate da un artistico dipinto su lamiera del Cristo in Croce, lasciamo il sentiero s.n.424 inoltrarsi verso Le Cite e Sot Crete, per alzarci sulla sinistra. Guadagnando velocemente quota, distratti dalle belle vedute verso oriente, giungiamo senza accorgercene a Sacout accolti da uno spettacolare filare di grandi carpini.

Qui, Enore ed Aldo di Lavoreit hanno ristrutturato magistralmente i loro stavoli, tengono i prati falciati ed è merito loro se anche il sentiero di accesso è pulito e ben agibile. Se in questi luoghi ci fossero ancora le capre che fino a non molto tempo fa sostenevano l’economia di Roveredo, questo si potrebbe allora definire un vero paesaggio bucolico, da ritratto. Probabilmente sono stati proprio i trascorsi di vita pastorale in questi meravigliosi ambienti naturali a far scaturire la vena artistica ad alcuni giovani di Roveredo che ha sollecitato la produzione di opere pittoriche di buon pregio.

Una puntatina merita fatta alle spalle dello stavolo più in quota dove, al termine di una salita lungo un breve impluvio, si sbuca in prossimità di un aereo poggio che consente di ammirare da una posizione dominante la valle del Riù Simòn. Da contemplare poi i due tigli che ombreggiano gli stavoli, soprattutto quello che sovrasta lo stavolo di Enore e che ben si nota anche transitando lungo la Pontebbana. Enore dice che dovrebbe essere lì ormai da più di trecento anni.

Per rientrare a Nogaro proviamo a scovare il sentiero con segnavie n.450, lo stesso che porta alla Forca Diame e quindi sulla dorsale Pisimoni-Fondariis. Fino a qualche decennio orsono da Sacout fino a Roveredo tutta l’area dove si sviluppa il tracciato era coperta solamente da prati. Ora una fitta rinnovazione di pino nero e la solita tenace lescje rende davvero problematico restare sulla giusta via. Inizialmente, dallo stavolo del grande tiglio, si scende diritti lungo il prato. Quando si raggiunge il margine della pineta, alla base di alcune piante più mature che spiccano in dimensioni rispetto alle altre, si scopre il sentiero che piega un po’verso destra per poi scendere con frequenti giravolte. Più in basso transitiamo con uno scomodo passaggio a fianco di un grosso masso. E’importante, quando si raggiunge l’estremità occidentale del Plan dai Stâi, un lungo pianoro che ospita numerose roverelle e sul quale il sentiero scompare improvvisamente fra le erbe, ritrovarlo subito sulla destra, prima che riprenda a scendere parallelamente alla forra del Riù da le Pale. Qualora si decidesse di seguire le tracce che si dirigono verso Est, si rende allora necessario attraversare lungamente in questa direzione, fin quasi agli Stavoli Rauni, essendo preclusi i “tagli” diretti verso il 424 da un sottostante esteso salto roccioso.

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Roverella
Il Stâli da Mucjo con, sullo sfondo, il Pisimoni.
La valle del Riù Simon.
Il Clap da le Crous.
Stavoli Sacout.